Creazioni che narrano
una storia anti-fashion

Settantatré anni lo scorso 3 ottobre, da 35 presenta le proprie collezioni a Parigi: Yohji Yamamoto è uno dei più importanti stilisti giapponesi. Le “rovine di Tokyo” sono le sue radici, tagliare i vestiti la sua passione.

Tra i ritmi assordanti delle settimane della moda emergono nitide le sue riflessioni silenziose, intervallate dalle note della sua amata chitarra. Padroneggia con maestria le forme scultoree, ha un debole per androginia e asimmetria e un approccio intellettuale e ludico a un tempo. Da quando ha lanciato la sua prima collezione a Tokyo nel 1977, Yamamoto ha definito e definisce l’avanguardia nella moda da decenni. È un visionario, ma si ritiene un sarto-artigiano. Il suo stile è stato definito dalla stampa “post-atomico”, per via degli squarci irregolari e degli accostamenti arditi cui dà vita. Lontano da ogni eccesso sensazionalista, le sue creazioni parlano un linguaggio “anti-fashion”. Essenzialità, raffinatezza, purezza sfarzosa sono le cifre specifiche dei suoi abiti. «Con gli occhi rivolti al passato, ho camminare all’indietro nel futuro» queste le parole con cui l’enigmatico stilista ha riassunto la filosofia che ha guidato la sua lunga carriera nella moda, che, dal debutto parigino dell’81 lo ha reso uno degli stilisti più influenti della scena. E oggi nella capitale francese tutto il bel mondo si affretta ad accorrere alle sue sfilate, l’ultima, quella per la primavera- estate 2017, è andata in scena proprio lo scorso 30 settembre. Le sue principali linee di abbigliamento sono Yohji Yamamoto (unisex) e Y’s e negli anni Yamamoto ha collaborato con marchi come Adidas, Hermès, Mikimoto e Mandarina Duck.

Protagonista, nel 1989, del documentario, sincero e pensato, “Appunti di viaggio su moda e città” che il regista Wim Wenders, incaricato dal Centro George Pompidou di girare un film sulla moda, gli ha dedicato, Yamamoto vanta fra i suoi clienti più celebri Herbie Hancock, Chris Lowe e Justin Theroux. Ha legato nel corso degli anni il proprio nome ad artisti del calibro di Elton John, Placebo, Heiner Müller e Pina Bausch per i quali ha realizzato abiti di scena. Ha realizzato costumi per tre film di Takeshi Kitano (“Brother”, “Dolls” e “Zatōichi”). Ottanta delle sue creazioni, nel 2005, sono state esposte nella mostra “Correspondences” , allestita prima a Firenze nella Galleria d’Arte moderna di Palazzo Pitti poi a Parigi al Musée de la Mode et du Textile del Louvre. Nel 2011 lo stilista fa una pausa dalla sua proverbiale riservatezza e torna davanti la macchina da presa: stavolta si tratta di un cortometraggio, “This is my dream”, a dirigerlo è Theodore Stanley. È un documentario breve e intimo. In un viaggio da Tokyo a New York, il film segue Yamamoto attraverso l’intero ciclo creativo della collezione per l’estate 2010 di Y-3, la linea rivoluzionaria nata in collaborazione con Adidas. Salutato come un genio, riconosciuto a livello internazionale per le sue innovazioni radicali e artigianali, dopo più di 30 anni sulla scena mondiale, lo stilista resta circondato dal mistero, ammantato da un’attenta divisione tra la sua vita privata e la sua arte pubblica.

M. M.

Photo courtesy www.yohjiyamamoto.co.jp
Photo courtesy www.yohjiyamamoto.co.jp

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