Di cosa parliamo quando parliamo di moda

 

L’abito fa il monaco, perché è una maniera di vivere. Colori, tagli, tessuti sono la forma scelta per presentarsi al mondo. Più o meno consapevolmente. Qualcuno dà voce al sé ideale, qualcun altro mortifica il sé reale.

Poi ci sono quelli che sono “superiori” all’abito e affidano alla sciatteria il messaggio della propria superiorità intellettuale o umana. Consapevolezza di sé, umore, predisposizione, dialettica tra quel che vorremmo essere e quel che siamo. Abbigliarsi è un gioco di ruoli, di immaginazioni, fantasie e dilemmi. E vince chi conosce le regole e le usa a proprio vantaggio. L’abito rende belli i consapevoli, svela la cafoneria e la mancanza di fantasia, mortifica i complessati e delude i moralisti. La moda muta, secoli fa come oggi e sempre più al ritmo delle fretta di chi detesta l’attesa. È scostante come la passione. È condivisa e riconoscibile. Lo stile, invece, è personale, interpreta e traduce. Vestirsi davanti allo specchio la mattina è una faccenda al contempo personalissima e interpersonale. Ha a che fare con l’onirico, con giochi seduttivi e anche col denaro. I capi magnifici disponibili per carte di credito platino, per tutti gli altri maglioni e jeans etichettati con i 99 centesimi finali.  

Se solo si fosse da tutti entrare da Hermès e prendere la borsa più bella con la facilità con cui si va al cinema, il mondo sarebbe tanto patinato da non esserlo più e lo stile potrebbe ritrovarsi  a vagare randagio nel deserto. La qualità certamente si paga, ma non si paga solo quella. Cionondimeno lo stile ha a che fare con l’arte di spendere i propri guadagni, pochi o molti che siano. Nelle società avanzate non ci sono buone scuse per uno stile anonimo. Salvifiche catene di fast fashion che hanno allargato il gioco troppo spesso di pochi a una moltitudine globale. Lussi e capricci dell’ultima ora convivono nello stesso armadio. Quanta bellezza sfila per strada mentre l’ennesimo carnevale disegnato da uno stilista disconnesso si consuma sotto i riflettori del bel mondo. Ma ci sono eccezioni. Ci sono artigiani della creatività che fanno il loro mestiere, che offrono visioni preziose, lungimiranti letture dello spirito del tempo rivelate prima ancora che esso si palesi. Stilisti che ispirano donne e uomini che sfilano sulle passerelle d’asfalto. Ci sono mamme che spingono carrozzine, alcune in jeans altre con la gonne, i tacchi o le scarpe da tennis e così facendo raccontano che sono donne e non solo madri. Ci sono donne che con giacche, pantaloni e mocassini eliminano differenze di genere apparenti per rimarcare quelle essenziali, e ci sono quelle che portano con sé fiori e faune di un’infanzia felice. L’abito racconta sempre qualcosa, più delle parole, più di ogni presentazione. Fra creatività e convenzioni.

 

M. M.

2 thoughts on “Di cosa parliamo quando parliamo di moda”

  1. Verissimo. Molte donne non riconoscono il sè reale e appiccicano addosso un sè ideale che spesso non corrisponde affatto. Rischiano cosi d’alterare la loro immagine pubblica, ma anche quella più intima.
    L’abito fa il monaco, se c’è corrispondenza tra dentro e fuori.

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